07
DIC
2016

Siviglia, scontri tra tifosi. Intervista al direttore di Link LAB Nicola Ferrigni

Alla vigilia della partita di Champions League tra Siviglia e Juventus, un gruppo di tifosi juventini è stato aggredito da alcuni ultrà spagnoli in un pub del centro storico della città padrona di casa. Una vera e propria guerriglia il cui bilancio è stato di 3 feriti, di cui uno grave.

Il direttore di Link LAB Nicola Ferrigni, esperto di sicurezza negli stadi e ordine pubblico, nonchè consulente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, spiega al Giornale di Sicilia l’evoluzione del fenomeno della violenza negli stadi.

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Sangue ovunque, un pub distrutto, feriti. I fatti di Siviglia rendono necessaria una riflessione sulla metà oscura del calcio, la violenza delle frange estreme di ultras, che sembra irreversibile. «Certi episodi – fa notare il sociologo Nicola Ferrigni, volto noto anche per gli spettatori di Sky Tg 24, Tg Com e «Uno Mattina» su Raiuno – si spostano dagli stadi ai centri storici e ai luoghi di aggregazione, in cui è più difficile vigilare. È la tendenza che emerge, se pensiamo anche alla guerriglia dei tifosi del Feyenoord nell’aprile dello scorso anno, o agli scontri fra ultras di Lazio e Palermo di qualche mese fa. Serve uno sforzo trasversale da parte di tutte le componenti sane della società». Ferrigni è sociologo dei fenomeni politici all’Università Link Campus di Roma e, come esperto di sicurezza negli stadi e ordine pubblico, collabora con l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive.

Professore Ferrigni, non s’arresta l’azione dei facinorosi travestiti da tifosi in giro per l’Europa. È un fenomeno difficile da prevedere e contenere?

«In curva si pianifica quel che ormai non si può fare più negli stadi. Si fa altrove, in luoghi pubblici e affollati, in modo imprevedibile. Un po’ come fanno i terroristi, anche se il parallelo è forzato e lo faccio con cautela. Se gli scorci più belli delle nostre città diventano teatro di guerra il rischio è che si condizioni il modo di fruire certi luoghi, in corrispondenza degli eventi calcistici. Negli impianti è tutta un’altra storia, c’è una sicurezza garantita e diffusa».

La strada del dialogo può procedere parallelamente con quella della repressione?

«Si può dialogare coi tifosi, non con gli hooligans. Azioni come quelle di Siviglia c’entrano relativamente con il calcio, chi entra in un pub incappucciato per prendere qualcun altro a sprangate è un individuo esemplare di una violenza sociale molto più ampia. Anche noi studiosi dovremmo riflettere sull’uso dei termini, non sono tifosi, la fede calcistica è solo una scusa».

Perché si susseguono episodi simili a livello internazionale?

«Ciascun paese nella sua singola realtà ha fatto sforzi importanti, sono i numeri a parlare. Spesso però non ci sono politiche congiunte e ci sono anche falle, perché è successo che gente sottoposta a Daspo in Italia assistesse a partite fuori dai confini».

Quanto è importante il ruolo dell’informazione?

«I media hanno una grande responsabilità, c’è modo e modo di raccontare, a parole e con immagini, quel che di brutto c’è attorno al mondo del calcio. Non significa che bisogna nascondere lo sporco sotto il tappeto, ma spiegare bene genesi, cause e possibili soluzioni al problema.

Sarò impopolare, ma in Italia non è stato fatto abbastanza, con certi giornalisti troppo legati agli interessi dei club e delle curve. Bisogna recuperare la dimensione sportiva del calcio, visto che c’è una deriva di esasperazione e dinamiche dirompenti legati agli interessi economici. Bisogna intervenire sui modelli culturali, con sforzi e impegni trasversali. La questione della sicurezza non può essere ascritta solo alle forze dell’ordine, ma a una pluralità di soggetti, i club, piccoli e grandi, le istituzioni, la stampa, le scuole e le famiglie. Non dobbiamo rassegnarci».

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